21 dicembre 2012. I Maya avevano ragione?

Questo è il racconto di come tutto era sospeso, tutto calmo, in silenzio; tutto immobile, tranquillo,

e la distesa del cielo era vuota…

Sono le prime parole scritte nel Popol Vuh, il “Libro della Comunità” dei Maya negli altopiani del Guatemala, la traccia più antica da cui iniziare il viaggio nelle tradizioni e nella storia di questo straordinario popolo.

La struttura dell’Universo, gli inganni dei Signori degli Inferi, le vicende dei Gemelli Eroi che li sconfissero, la potenza di Hunab Ku, il Dio  creatore, il Centro di tutte le cose; tutto questo è descritto nel più importante testo della civiltà Maya, il Popol Vuh.

Per una cultura che conservava la propria memoria per trasmissione orale, trovare una traccia scritta del mito della Creazione, delle origini e della storia di un intero popolo è come ritrovare il Santo Graal per le comunità cristiane.

La scoperta si deve a padre Francisco Ymenez, che nel 1544 rinvenne un manoscritto redatto in idioma quichè, ma con caratteri dell’alfabeto castigliano, cosa che lo datava in epoca post-colombiana.

Per molto tempo si ritenne che questo fosse l’unica fonte scritta del Popol Vuh, tramandato per secoli nei racconti di padre in figlio.

Recentemente, tuttavia, gli studiosi hanno cominciato a dare credito alle certezze dei discendenti degli antichi Maya, gli indigeni che costituiscono il 45% dell’intera popolazione del Guatemala.

Essi sostengono che la versione originale del Popol Vuh, quella da cui fu “tradotta” la copia di padre Ymenez, sia ancora da scoprire.

La cosa straordinaria è che, a differenza di tanti altri “luoghi misteriosi”, essi sanno benissimo dove si trova il “libro dei libri”: è nascosto all’interno delle mura della chiesa di Santo Tomas, a Chichicastenango.

Fu, infatti, nel convento omonimo che il religioso spagnolo trovò il volume che molti ritengono “originale”, ma che qui considerano soltanto una trascrizione.

I Maya non solo sostengono di sapere dove si trova il vero Popol Vuh, ma anche quando verrà di nuovo alla luce!

Ciò accadrà in una occasione del tutto speciale dell’annuale Festa del Patrono che, a Chichicastenango, si celebra da tempo immemore il 21 Dicembre di ogni anno.

Arriverà un momento in cui la Quarta Era del calendario Maya si concluderà, dopo un ciclo di 5125 anni; in quella occasione il vero Popol Vuh uscirà dal suo nascondiglio per tornare alla venerazione del popolo Maya.

Questo accadrà esattamente il… 21 Dicembre 2012!

Ed ecco che questa data, sulla quale sono fioriti libri inquietanti e film catastrofici, compare anche nei remoti villaggi degli altopiani guatemaltechi.

Cosa nasconde, in realtà, il 21 Dicembre 2012?

Lo racconta Paula Lopez, seduta al centro di una croce di pietra nel sito archeologico di Iximchè, nei pressi del Lago di Atitlan.

La croce simboleggia i quattro punti cardinali, il suo centro è il centro dell’Universo.

Iximchè è una città Maya non molto antica; fondata intorno al 1470, fu abbandonata nel 1524. I suoi resti sono meno spettacolari di quelli rinvenuti a Tikal, nella regione di Peten.

Tuttavia ha un’atmosfera particolare e una quiete che affascina il visitatore.

Paula è una Ajq’ijab, una sacerdotessa Maya e vive poco distante dalle rovine.

Gli indigeni del Centro America non chiamano “sciamani” i loro sacerdoti, riservando tale termine ai nativi del Nord America e dell’Africa.

Ajq’ijab significa “anziano saggio”, anche se tale qualifica si ottiene principalmente per via ereditaria. Ogni Ajq’ijab trasmette al primogenito, maschio o femmina, le sue conoscenze e le sue capacità “medianiche”.

Paula affronta la questione delle profezie sul 2012 con un approccio molto pratico.

“ Il nostro popolo aveva una conoscenza straordinaria dell’astronomia, al punto che ancora oggi gli scienziati non riescono a spiegare l’esattezza dei calcoli sui movimenti astrali, sulle eclissi e sulla percezione degli equinozi elaborate oltre 2000 anni fa.

Per noi esistono tre calendari: il primo è  il Cholq’ij , il calendario spirituale, costituito da 13 mesi di 20 giorni ciascuno, per un  totale di 260.

Su questo calendario erano basate le predizioni astronomiche e i riti sacri.

Il secondo è l’ Ab’, il calendario materiale, formato da 18 periodi di 20 giorni più 5 giorni, ritenuti infausti, per un totale di 365 giorni.

Serviva all’agricoltura per decidere le semine e i raccolti, per le festività, ma anche per stabilire i cambi di governo.

Questi due calendari erano rappresentati come due ruote dentate di diverso diametro, incastrate fra loro, a simboleggiarne l’interdipendenza dei fenomeni che determinavano.

C’è poi un terzo computo, il Choltum, o Quenta Larga, cioè un periodo derivato dal calcolo astronomico che tiene conto della precessione degli equinozi e degli allineamenti astrali con il centro della galassia.

Questo ciclo dura 5125 anni ed ha un andamento periodico, cioè ogni era si ripete con questo intervallo di tempo.

Ora siamo nella quarta era, iniziata in quello che, rapportata al calendario Gregoriano, era il 3133 a.C.

Tale data, che risulta essere l’inizio della civiltà Maya, è riportata in una stele .

Se alla durata di un Choltum si sottrae 3133, si ottiene 2012.

Tutto qua” continua Paula “ il 21 Dicembre 2012 è la fine di un’era, la quarta.”

E le profezie? Le catastrofi annunciate? La fine del Mondo?

Le risposte bisogna forse cercarle altrove, nelle conoscenze e nella saggezza di altri sacerdoti Maya.

Il Lago di Atitlan è uno spettacolare specchio d’acqua dominato dalla possente mole di tre vulcani, San Pedro, Toliman e Atitlan.

Intorno sorgono alcuni villaggi sparsi, abitati dai discendenti dei Maya, persone che hanno mantenuto intatte le tradizioni e la cultura dei loro antenati.

Qui si lavano i panni nelle acque del lago, le donne vanno con le ceste sul capo a farsi macinare qualche chilo di mais, ci si scalda al fuoco dei bracieri o rudimentali stufe; i bambini più piccoli seguono le madri, avvolti in colorati scialli legati alla schiena.

Qui si celebrano ancora gli antichi riti, in un sincretismo religioso che appare fuori dal tempo.

A Santiago, un villaggio che sorge all’interno di un piccolo fiordo, si celebra il culto di Maximon.

La storia di questa divinità è un chiaro esempio di commistione fra religiosità pagana e influenza cristiana.

Si narra che, ben prima dell’arrivo degli spagnoli, un uomo altissimo e dai capelli biondi sia capitato nell’altopiano del lago Atitlan.

Qualche studioso moderno tende a vedere nei Vichinghi l’origine dello strano visitatore.

Costui fu immediatamente venerato come un Dio e chiamato Maximon.

Poiché era un buon bevitore e un grande fumatore, tutti si adoperavano per non fargli mai mancare adeguate quantità di rhum e di sigari.

Godeva, insomma, di tutti i privilegi delle divinità, ma ne approfittò un po’ troppo; mentre gli uomini del villaggio erano nei campi a lavorare, il Dio giacque con le loro mogli.

Scoperto, venne giustiziato con il taglio delle braccia e delle gambe.

Ancora oggi, alcune delle statue che lo raffigurano sono senza arti.

Più tardi, tuttavia, Maximon tornò nell’Atitlan, compiendo prodigi e proteggendo la gente comune.

Quando gli spagnoli, nella loro opera di conversione, illustrarono la figura di Giuda, i Maya riconobbero subito in lui il primo Maximon, quello che aveva tradito la loro fiducia.

Ma ormai le statue lignee del loro santo erano venerate da tempo e le cerimonie propiziatorie si adeguarono alla nuova realtà imposta dagli invasori.

I riti iniziavano, ed iniziano tuttora, con le preghiere del cattolicesimo, per poi riprendere la liturgia pagana che non manca di offrire alla statua di Maximon un sorso di rum e un buon sigaro per ogni funzione celebrata.

La venerazione al Santo è così radicata che ogni anno viene scelta, a suffragio universale fra tutti gli abitanti di Santiago, una famiglia nella cui casa viene accolta la statua e si celebrano i cerimoniali.

Ed è proprio davanti  alla statua in legno di Maximon che Josè Almeida, un Ajq’ijab molto rispettato, offre una spiegazione delle profezie dei suoi antichi avi.

 “ Le profezie non sono solamente invenzioni dei media occidentali” puntualizza“ o, quanto meno, non del tutto.

Secondo il nostro calendario, la Quenta Larga è suddiviso in cicli, i quali si ripetono ad intervalli definiti di 260 anni.

Per ognuno di questi cicli, i nostri antenati hanno formulato delle predizioni, che noi riteniamo si siano avverate.

Nei Chilam Balam, una raccolta di scritti redatti sulla base di testi tramandati oralmente dagli Ajq’ijab, sono stati previsti eventi come l’invasione spagnola, la scomparsa sotto il mare di intere regioni della terra, addirittura la venuta di tecnologie in grado di rendere l’intelletto umano inutile; non potrebbero essere i computer queste tecnologie?

Una di queste profezie parla del declino e della fine di una civiltà che avverrà in contemporanea con il ritorno sulla terra del Dio Creatore dell’Universo.

Il ritorno di questo Dio, secondo i sacerdoti Maya, avverrà al termine della Quenta Larga, cioè il 21 Dicembre 2012.”

Tutto questo non dimostra comunque che in quella data avvenga qualcosa di catastrofico e irreparabile.

Del resto, nessun sacerdote Maya parla di catastrofi da fine del mondo!

E’ opinione comune che con la fine dell’attuale ciclo di 5125 anni si concluda un’ era, ma le conseguenze possono non essere necessariamente apocalittiche.”

Per spiegare cosa intendono, i sacerdoti Maya portano un esempio davvero significativo.

A Chichicastenango, un po’ all’interno dell’altopiano, Luis Ajichet ha appena concluso un rito per il recupero della salute di una giovane donna ammalata.

Sul rapporto fra la fine della Quenta Larga e le interpretazioni catastrofiche fiorite in occidente ha le idee molto chiare.

“ La fine di un’era è esattamente come la fine di una maternità travagliata.

Una gestante soffre di giramenti di capo, ha spesso il vomito, dolori articolari; il bimbo può calciare in qualunque momento. Poi inizia il travaglio, la rottura delle acque, le doglie.

Sono soltanto i parenti a lei vicini che possono aiutarla prima e durante il parto, affinché la nascita si concluda felicemente.

Ecco, il Mondo si trova in questa fase; è sotto gli occhi di tutti la sofferenza che lo sta sfinendo. Catastrofi naturali, conflitti di ogni genere, mutamenti climatici sono l’ equivalente dei tormenti di una gestante e noi uomini siamo “i congiunti” che hanno il dovere di alleviare le sofferenze e condurre il mondo verso la nuova nascita, cioè alla Quinta Era.

E’ quello che stiamo facendo?

O siamo piuttosto proprio noi a spingere ancora più verso l’abisso il nostro Pianeta?”

Luis Ajichet , come tutti gli altri Ajq’ijab guatemaltechi, non offre drammatiche certezze in merito al 2012, ma esprime con chiarezza la forte preoccupazione che le profezie degli antichi sacerdoti possano essere interpretate, alla luce degli attuali problemi dell’umanità, in modo tutt’altro che rassicurante.

Tutte queste, comunque, sono le opinioni dei Maya, sicuramente autorevoli, ma di parte.

E’ forse opportuno cercare di conoscere anche il parere degli studiosi occidentali, con attenzione particolare a coloro i quali hanno legami profondi con la cultura e la storia dei popoli indigeni.

Ad Antigua risiede Marie Lou Ridinger, un’archeologa statunitense le cui vicende personali si intrecciano strettamente con le tradizioni degli antichi re e sacerdoti.

Antigua è una interessante cittadina situata nella zona centrale degli altopiani.

Fu la prima capitale del Guatemala e di gran parte del Centro America dal 1543 al 1776, quando il Re di Spagna ne decise il trasferimento nell’odierna Città del Guatemala, dopo l’ennesima distruzione causata dai terremoti che ancora oggi tormentano l’area.

La città si trova ai piedi di tre imponenti vulcani, uno dei quali ancora molto attivo.

Tutti i suoi edifici sono ad uno o al massimo due piani, con stupendi giardini interni.

In una stretta via di Antigua si trova Jades S.A., un laboratorio dove viene lavorata la giada rinvenuta nelle sette miniere presenti in Guatemala, tutte di proprietà dell’archeologa Marie Lou Ridinger, profonda conoscitrice della cultura Maya.

Agli inizi degli anni ’70, Marie Lou si stabilì in Guatemala per cercare di scoprire da dove provenisse la Giada che gli antichi Maya lavoravano per i loro re e di cui si era persa ogni memoria.

A quel tempo la giada era considerata il passaporto per il Mondo dei Morti ed aveva un valore superiore a quello dell’oro.

Dopo anni di studi e ricerche, l’archeologa scoprì la prima miniera, alla quale, negli anni, seguirono le altre.

Tutta la giada che veniva utilizzata dalle popolazioni pre-colombiane in Centro America proveniva da quelli che oggi sono i depositi di Marie Lou Ridinger.

Le conoscenze dell’archeologa sui Maya sono un patrimonio prezioso per chiunque si occupi di quel  popolo.

“ Per i Maya, la giada era il simbolo dell’immortalità, per via della durezza e indistruttibilità di questa pietra. Essere sepolto con una maschera di preziosissima giada imperiale significava avere sicuro accesso per il mondo degli Spiriti Senza Tempo.

Scienza e religiosità erano strettamente connesse: bisogna tenere presente che ancora oggi è inspiegabile come i Maya potessero avere delle così avanzate conoscenze della cosmologia.

Scienziati e matematici erano le persone più importanti per quella civiltà, secondi soltanto ai Re.

I Maya furono i primi ad elaborare un calendario basato sulla precessione degli equinozi, che loro già avevano scoperto, introducendo il concetto di “ciclicità”: la creazione non è un momento “finito”, ma un processo continuo, che si ripete ciclicamente.

Per loro armonia ed equilibrio erano elementi essenziali nell’esistenza del cosmo e spezzarne la delicata simmetria avrebbe portato alla distruzione.

Il fatto è che proprio l’instabilità sociale, lo scompenso ambientale e lo squilibrio nell’utilizzo delle risorse sembrano essere oggi le uniche scelte dell’umanità.

Di questo dovremmo allarmarci, non di fantasiose interpretazioni.”

Parole preoccupate, ma non catastrofiche.

Eppure proprio da altri scienziati vengono affermazioni che fanno nascere nuovi dubbi.

Per i Maya Hunab Ku, il loro Dio creatore, era l’energia pura che risiede al centro della galassia: lo sostenevano oltre 1500 anni fa.

Nel 2005 un astronomo americano ha scoperto che proprio da quel punto provengono emissioni radio provocate da una potente fonte energetica. Tre anni più tardi, altri colleghi tedeschi hanno confermato che al centro della galassia esiste un gigantesco buco nero.

Ancora: gli antichi sacerdoti erano convinti che quando il sole, la terra e Venere si fossero allineati con quel centro, il Dio si sarebbe nuovamente manifestato.

Il 21 Dicembre 2012, quell’ allineamento ci sarà davvero!

Coincidenze?

Secondo alcuni ricercatori, il quadro si complica ulteriormente cercando di svelare i segreti di Tikal, il più esteso sito archeologico di tutto il Centro America.

Oltre il 70% è ancora celato in mezzo alla giungla, fra serpenti boa, giaguari, scimmie e coccodrilli.

Si trova nella regione del Peten ed è uno dei più antichi; già nel  400 a.C. era al massimo splendore.

Imponenti piramidi svettano fra gli alberi, alcuni edifici sono appena parzialmente scoperti, altri ancora del tutto invisibili.

Un luogo magico e suggestivo che, secondo alcune teorie, vede i suoi edifici disposti in modo tale da farne un osservatorio astronomico in grado di misurare i movimenti degli astri e, conoscendone i segreti, di predire eventi  posti migliaia di anni avanti nel tempo.

Non crede a questa interpretazione un autorevole Ajq’ijab di Chichicastenango, responsabile del Centro di Studio e Conservazione della Cultura Maya.

La città, da sempre centro per gli scambi commerciali degli indigeni, vede la sua massima attività la domenica, quando diventa un unico, vastissimo mercato.

Da qualche anno tale mercato attira anche i turisti  e alcune vie sono frequentate da molti “gringos”, affascinati dall’atmosfera caotica e dai molti prodotti artigianali presenti.

Tutto il resto, però, resta appannaggio dei locali e la piazza antistante la scalinata della chiesa di Santo Tomas è il fulcro delle attività.

E’ davanti alla chiesa e al suo interno che la suggestione tocca il suo culmine; avvolti nell’incenso bruciato in decine di bracieri, attratti dai riti di congiunzione con i propri morti e gli spiriti superiori, indigeni e stranieri si confondono in una comunione spirituale che ha il sapore del miracolo.

 Nel silenzio di un angolo della chiesa, l’ Ajq’ijab di Chichicastenango smentisce i segreti di Tikal.

“Tikal è senza dubbio il più bel sito della nostra storia fino ad oggi scoperto, ma non cela particolari misteri.

La posizione di alcuni edifici è, in effetti, legata alla cosmologia, ma questo accadeva in tutte le città Maya del centro America.

Non è diverso a Tikal.”

Anche in merito alle “coincidenze” fra le recenti scoperte scientifiche e le predizioni Maya ha le idee chiare.

“ Non c’è da stupirsene troppo: le conoscenze degli antenati erano così avanzate che è normale siano arrivati a tali conclusioni. Piuttosto bisognerebbe chiedersi come facessero ad essere così informati, ma questo è altro terreno di ricerca.

Le profezie hanno previsto eventi storici che si sono puntualmente verificati e fenomeni astrali regolarmente accaduti; una di queste profezie metteva in guardia dai rischi di un ribollire dell’atmosfera, cioè da quello che oggi chiamiamo “riscaldamento globale”.

Anche in questo caso non si erano sbagliati, così come non errarono quando predissero che al termine della Quenta Larga, la terra sarebbe stata scossa da terremoti e inondazioni. E’ un dato scientifico accertato che queste tragedie hanno avuto in questo ultimo secolo una drammatica accelerazione.

La conclusione è una sola: se l’uomo non cambia il proprio modo di confrontarsi con la natura, il Mondo non potrà sopravvivere più.

Tutti coloro che ritengono senza fondamento le nostre profezie, dovrebbero riflettere su di un punto: negli ultimi anni, pur fra tensioni e parziali insuccessi, i potenti del mondo si sono ritrovati sempre più spesso per tentare di arginare il riscaldamento globale: Kioto, Copenhagen e Cancun, solo per citare i più importanti.

Non può essere che anche i Grandi del Mondo sappiano cosa sta succedendo ?”

L’Ajq’ijab di Chichicastenango si guarda intorno, abbracciando la chiesa gremita di persone che stanno pregando; respira il profumo dell’incenso e chiude gli occhi.

Poi, quasi soltanto a se stesso, sussurra:

“ Il 21 Dicembre 2012, qui, fra queste mura, forse troveremo altre risposte: quando il Popol Vhu uscirà dalle sacre pietre che lo custodiscono, sapremo se c’è ancora speranza per questa Umanità improvvida che ha smarrito la lezione degli antichi saggi di tutte le culture e di tutte le religioni”.

 

 

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